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Breve storia del sistema pensionistico italiano

All'origine il nostro sistema pensionistico era a capitalizzazione. Poi l'inflazione rese necessario il ricorso a un contributo statale, creando un sistema misto rimasto in vigore fino al 1970,  quando il sistema a capitalizzazione fu abbandonato e fu adottato un sistema a ripartizione con metodo retributivo.                                                                            

Prima della riforma Amato, cioè fino all'anno 1992, l'adozione del metodo retributivo portava alla definizione di una pensione pari alla media dei salari degli ultimi 5 anni, rivalutati in base all'aumento del costo della vita. Il coefficiente di rendimento del 2% per ogni anno di vita lavorativa, moltiplicato per il massimo degli anni contributivi (40), garantiva una pensione pari al 80% del salario.                                                                                                             

La riforma Amato (1992)pur continuando a adottare il metodo retributivo e lasciando invariato il coefficiente del 2% per ogni anno di contribuzione, ha esteso il periodo di riferimento portando la pensione alla media dei salari degli ultimi 10 anni di lavoro.                               

La riforma Dini (1995) ha abbandonato il metodo di calcolo retributivo per adottare il sistema contributivo, oltre a estendere il periodo retributivo di riferimento da 10 anni all'intera vita lavorativa.                                                                                                             

In pratica tutti i lavoratori assunti a partire dall'1/1/1996 avranno una pensione non più rapportata agli ultimi stipendi ma calcolata sulla quantità di denaro versato con i contributi durante la vita lavorativa.                                                                                                      

Coloro che prima del 1996 avevano versato meno di 18 anni di contributi avranno una pensione calcolata con un sistema misto retributivo fino al 1996, contributivo dopo il 1996. Solamente i lavoratori che alla data dell’1/1/1996 avevano già un'anzianità contributiva maggiore di 18 anni hanno potuto conservare il metodo di calcolo retributivo.                       

È stato stimato che in questo modo le pensioni saranno ridotte fino a raggiungere il 50% e anche meno del salario.                                                                                                       

Allora ci raccontarono che con questa riforma avrebbe reso più solide le casse dell'INPS, che sarebbe stato meglio in grado di far fronte ai gravi problemi che derivano dal progressivo invecchiamento della popolazione dovuto all'allungamento della vita media degli italiani.    

Per finire, nel terzo millennio si abbatte sulla nostra pensione la contro riforma Maroni (2004) con la quale si accentua ulteriormente il carattere privatistico del sistema previdenziale italiano, già traghettato dal retributivo al contributivo dalla riforma Dini del 1995, unitamente alla liberalizzazione del mercato del lavoro.                            

Considerando infatti che il mercato del lavoro ha subito, a partire dalla fine degli anni ‘90, grandi modificazioni da prima per il cosiddetto “pacchetto Treu” (1997) e poi con la legge n. 30 del 2003 meglio conosciuta come legge Biagi, e che la maggioranza dei giovani passano diversi anni in stato di precarietà lavorativa, intervallando periodi di inattività a periodo di attività contributiva piena.                                                                                                                                                 

Contemporaneamente anche i lavoratori meno giovani, già inseriti nel mercato del lavoro da tempo, spesso vivono una vita lavorativa caratterizzata da una certa nuova discontinuità. Per non parlare dei lavoratori over 45 che, una volta espulsi dalle grandi imprese con operazioni di riorganizzazione aziendale finalizzata a ridurre i costi e aumentare la produttività, assai più spesso rispetto a prima si trovano definitivamente estromessi da un mercato preso dalle mani di abili managers.                                                                            

Con la riforma Damiano-Padoa Schioppa 2007 viene introdotto il "sistema delle quote" determinate - dal primo gennaio 2009 - dalla somma dell'età e degli anni lavorati. L'età pensionabile per le donne del pubblico impiego sale, gradualmente, fino a 65 anni. L'aumento decorre dal 2012. Il Tfr, invece, viene rateizzato.                                                 

Riforma Fornero 2011: il Salva Italia cancella il sistema delle quote ed estende a tutti il sistema contributivo pro-rata. Viene innalzata l'età minima per la pensione e le donne sono equiparate agli uomini. Questa riforma risente chiaramente del condizionamento finanziario esterno, che indirizza verso politiche che continuano ancora ad erodere il diritto ad esigere dallo Stato delle prestazioni atte ad assicurare alla persona e al cittadino un minimo di sicurezza e di giustizia sociale. I diritti sociali (previdenza, salute, istruzione, ecc.) costano! Arriva la fascia flessibile di pensionamento per i lavoratori con riferimento ai quali il primo accredito contributivo decorre dopo il 1996: 63-70 anni.                                                          

La legge di Stabilità 2016 avvia una sperimentazione - per il triennio 2016-2018 - in base alla quale i lavoratori dipendenti del settore privato a cui manchino non più di tre anni alla pensione di vecchiaia possono andare in part-time al 40-60%, senza che la busta paga e l'assegno pensionistico subiscano detrazioni.                                                                   

Quota 100 (2018): vengono introdotte le nuove disposizioni per il pensionamento anticipato con un’età minima di 62 anni e 38 anni di contributi. Nello specifico, è l’articolo 14 - composto da 10 commi - che vengono regolamentati gli aspetti generali di questa nuova misura per agevolare il pensionamento. Nel dettaglio, nei singoli commi viene specificato che:

I) Per il triennio 2019-2021 (confermata quindi la fase sperimentale triennale) gli iscritti all’assicurazione generale obbligatoria e alle forme esclusive e sostitutive della medesima - gestite dall’INPS - nonché dalla gestione separata possono andare in pensione con un’età pari o superiore a 62 anni e con 38 anni di contribuzione (sono validi tutti i tipi di contributi).

II) Ai fini del conseguimento dei 38 anni di contributi gli iscritti a due o più gestioni previdenziali (che non siano già titolari di un trattamento previdenziale a carico di una delle gestioni) possono richiedere il cumulo dei contributi.

III) La pensione Quota 100 non è cumulabile con il reddito da lavoro. Il divieto non vale per le prestazioni occasionali, rispettando però il limite complessivo dei 5.000€ lordi annui.

IV) Chi ha maturato i requisiti per Quota 100 entro il 31 dicembre 2018 può andare in pensione dal 1° aprile 2019.V) Chi matura i requisiti per Quota 100 dal 1° gennaio 2019, invece, consegue il diritto alla decorrenza del trattamento pensionistico dopo 3 mesi….    

Un’unica conseguenza di tutte le riforme sin qui effettuate e delle prossime è che i contributi che i lavoratori riusciranno a versare per la pensione sono irrisori e inadeguati a soddisfare l'esigenza di una pensione dignitosa, per cui l'inevitabile conseguenza del ricorso alla previdenza complementare, la cosiddetta pensione integrativa, pagandola di tasca propria e/o con il Trattamento di Fine Rapporto (TFR).

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